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agli studi compiuti emerge che fin dall'epoca prenuragica Belvì era un luogo dove le genti barbaricine custodivano le loro tombe esercitandovi antichi riti funerari; testimonianza ancora evidente sono le "Domus de janas", grotticelle scavate nella roccia e adibite alla sepoltura, esistenti nelle località di Tonitzó, Nadalia, Perda de Nerca, Gesaru e Marcalantes. In epoche più recenti, nell'età del bronzo, i nuragici custodivano altri luoghi sacri. Due siti molto importanti a questo riguardo sono quelli di "Perda Dudda" e "Aradoni", poco distanti dall'attuale sito dell' abitato, che sono stati luogo di importanti e diversi ritrovamenti archeologici. "Perda Dudda" era un luogo dove si fondeva il bronzo. Il Dr. Bonu scrive che il nome di Duda deriva dal semitico "Dudh", che vuol dire "oggetto cavo", pentola o urna, che quindi ben si adatta alla fusione del bronzo. Verso la metà del 1800 furono trovati a Perda Dudda pezzi di bronzo ed un fornaio per forgiare le armi, così come molti pezzi pesanti di rame grezzo e di scorie, ad indicare che in quel luogo vi era appunto una fabbrica di armi. Nel Bollettino Archeologico Sardo, a proposito di "acquisti fatti dal Rº Museo di Cagliari dal 1877 al 1883", si legge: "... il museo si arricchì pure del superbo conio di pietra destinato alla fusione delle armi di bronzo scoperto a Belví". L'altro sito importante è "Aradoni", nel quale è stato rinvenuto un prototipo di altare pagano sulla roccia, dove probabilmente si predicavano veri e propri uffizi religiosi alla dea madre e alle forze della natura.

Nell'epoca della dominazione romana, la popolazione si spostò verso il colle di Santa Margherita e dopo alla località di "Nerca", per poi stabilirsi definitivamente nel sito attuale del paese di Belvì. Questi spostamenti erano probabilmente dovuti a la sopravvenuta mancanza di acqua, elemento indispensabile per la sopravvivenza.

Nell'epoca medioevale e posteriore la storia del paese si svolge nei riflessi di quanto avvenne nella Barbagia di Belvì, in tre periodi qualificati dai tre diversi governi: Giudicato di Arborea e Marchesato di Oristano, regno aragonese e spagnolo, regno sardo e piemontese. Quattro date segnano le fasi più importanti: 29 marzo 1410, concessione in feudo a Giovanni Deiana, suocero del giudice Leonardo Cubello; 23 settembre 1480, "incorporazione perpetua" nel Regno di Castiglia e d'Aragona di Ferdinando II; 9 novembre 1767, infeudazione a favore di Don Salvatore Lostia, Conte di Santa Sofia; e 17 luglio 1838, approvazione dell'atto di convenzione per il riscatto della Signoria Utile.

Il nome di Belvì compare già nel trattato di pace fra Eleonora d'Arborea e Don Giovanni in data 24 gennaio 1388; allo storico convegno presero parte infatti alcuni rappresentanti del "villaggio".

Rispetto all'origine del nome Belví, sono diverse le versioni offerte attraverso la storia. Sembra che il nome Belví abbia la sua origine nell'epoca romana. I popoli della Barbagia erano infatti rinomati per le scorrerie compiute oltre gli avamposti romani dei territori di Fordongianus e tutto il Campidano. Da qui l'appellativo latino di "Belui", "Belue", ossia "Belve", inteso nel senso di popoli che rifiutavano la "Civitas" o "Civiltas" imposta dai colonizzatori Romani. Per il canonico Spano, "certi nomi desinanti in 'i' Belvì, Bidonì, Senorbì e Tortolì, sono un apocope del "IM" plurale nella lingua cananea o fenicia... Belvì o Brebì, dal fenicio Bela (terrore)". Una versione più suggestiva e poetica, anche se non attendibile, del nome Belvì lo da come sinonimo di belvedere, bella vista, sito con "su panorama bellu", come lo descriveva nel '500 lo storico sardo G. F. Fara.

Attraverso i secoli, Belvì è stato descritto da diversi studiosi; questo ci permette di conoscere la vita del paese in diverse tappe della sua storia. Nel 1834, Vittorio Angius, nel dizionario del Casalis, ci dice che a Belví: "si annoverano 210 case separate da vie regolarmente tirate, fuori della principale che corre da meriggio a mezzanotte per una retta di mezzo miglio con una larghezza di sette metri. Il clima è alquanto umido da ciò che la posizione sia in una concavità: il freddo è poco rigido anche nel cuor del verno. L'aria è riconosciuta salubre. Il censimento parrocchiale del 1883 portava famiglie 190, anime 861. Dei belviaschi altri sono agricoltori, che sommeranno a circa 60, altri viandanti che vettureggiano in numero di presso a 40. Non più di 30 attendono alla pastorizia e ben più pochi ad alcune delle arti di necessità. Le donne di questa terra sono molto laboriose e si impiegano nella coltura degli orti, nella raccolta dei frutti e siedono ai telai, che sono circa 70..." In epoca più recente, nel 1960, Giuseppe Manda, nel libro "Sardignia", scrisse: "Belvì, paesetto collocato in cima a una montagna con una modesta popolazione che ascende a 917 abitanti si trova in una montagnosa regione ricca di boschi e di foreste..." In un lavoro ancora più recente (1974/75), Nina Senes ci informa che: "Gli abitanti conducevano una vita alquanto modesta... abiti fatti in orbace, tessuto adatto al rigore dei freddi, qualche festa paesana legata alla struttura agro pastorale dei villaggi, le nenie funebri 's'abrebidu' di sapore paganeggiante... Le attività principali oltre all'agricoltura e alla pastorizia, la raccolta dei frutti naturali come castagne, noci, nocciole, ciliegie, pere, susine, orticoltura, artigianato e commercio. Le donne erano molto laboriose e si dedicavano all'orticoltura e all'artigianato, specialmente alla filatura e tessitura della lana di pecora e ottenevano un tessuto speciale, orbace, col quale confezionare una parte del costume femminile, 'su sauzzu' e una parte del costume maschile. Sempre con lana di pecora mista al cotone venivano confezionati con telaio alcuni tipi di coperte lavorate a disegni e colorate. Col cotone veniva lavorata una coperta 'sa fanuga' con bellissimi disegni riportanti scene di vita agreste: 'sa mosta de s'agina', 'sa mosta de s'intallu'."

Negli ultimi anni, Belvì sta puntando molto su uno sviluppo turistico, sfruttando quelle risorse che da sempre ne caratterizzano la vocazione, quali, l'artigianato, l'agricoltura e soprattutto l'ambiente.

(Fonte: Testi di "BELVI: Un percorso fra storia e tradizione", a cura di Agostino Onano, Claudio Arangino e Michele Marotto.)