L'esistenza di nuraghi, è la testimonianza delle prime tracce della presenza umana nel territorio di Gadoni, che si possono forse ricondurre a circa ottomila anni fa. I giacimenti di rame del territorio erano conosciuti e sono stati sfruttati dai protosardi, dai nuragici, dai punici e dai romani.

Delle loro antiche abitazioni possiamo trovare testimonianza nei ruderi ancora sparsi intorno a Gadoni e denominati Bidonì, Bidda Scana, Olzai e specialmente Bidda Arisone, dove è stato trovato, nella località di Genna ‘entu, un ricco materiale archeologico di stoviglie, armi, anelli, macine a mano e pezzi di ferro lavorato per uso di porte e la protezione di due nuraghi ancora visibili. Altra località abitata anticamente è Manuselli, detta Manixeddu.

Nell’epoca dei Giudicati, Gadoni apparteneva al Giudicato di Arborea e faceva parte prima della curatoria della Barbagia di Meana, poi del Mandrolisai.

Ai tempi della dominazione romana, Gadoni faceva parte di una di quelle regioni montagnose abitate da popolazioni difficilmente controllabili, che i romani chiamavano col nome di Barbaria (l’attuale Barbagia), divisa in Barbagia di Seulo, di Belvì e di Ollolai. I fieri montanari delle due prime Barbagie, assieme ai Galilensi, si riunivano ed esercitavano violente scorrerie nei territori ricchi e coltivati, prossimi alle città romanizzate del piano. Un documento importantissimo dell’imperatore Ottone, dell’anno 69 d.C. conferma questi eventi. In una tavola da pranzo rinvenuta nel territorio di Esterzili (fra il Sarcidano e la Barbagia di Seulo), ora conservata nel Museo Archeologico di Sassari, è riportato il decreto del magistrato romano, il pro console L. Elvio Agrippa, il quale impose solennemente agli abitanti della montagna, specie ai Galilensi, di ritirarsi dal territorio che invasero nel piano dei Patulcensi Campani.

All’epoca romana risalgono i resti di un forno fusorio, certamente alimentato dal minerale di Funtana Raminosa, trovato nel 1890 nel vicino altopiano del Sarcidano; fra questi resti c’è un lingotto di rame con impresso un marchio romano.

Le testimonianze storiche permettono di fissare la data di fondazione dell’attuale abitato di Gadoni ancor prima del 1400. Il nome "Gadoni" non compare in documenti di epoca anteriore e neanche nel documento storico del 1388, nel quale si enumerano i paesi della Barbagia di Belvì, tutti appartenenti al Giudicato di Arborea. Ma è vero che già nella prima metà del 1400 Gadoni possedeva la chiesetta di S. Pietro (ormai sparita) in grado di accogliere più di cinquanta persone.

Sull'origine del nome di Gadoni, la versione più conosciuta si basa su una tradizione popolare che fa riferimento ad un pastore (o forse latitante) di Arzana, di cognome "Cadoni", considerato il primo abitante del paese. Questo "fondatore", nella prima metà del secolo XV sarebbe venuto a cercare rifugio per sé e per il suo bestiame, nella località detta Mammàtulu, con due sbocchi di comunicazione: il primo Genna’entu, verso il Sarcidano, il secondo di Arzanatolu, che conduce al Gennargentu. Che Gadoni abbia origine da Arzana è confermato dall’affinità della lingua, di vestito e di costume esistente fra i due paesi. Un' altra versione dice che il nome Gadoni sarebbe derivato dalle risposte del pastore arzanese ai suoi conterranei: "Gaudiu onu" e cioé "godo di buona fortuna". La frase locale è ancora in uso.

L’abitato primitivo è costituito da abitazioni rudimentali edificate con pietre e fango. A quel primo nucleo di casupole, disposte a semicerchio come richiedeva la natura del suolo, venne ad aggiungersi, più tardi, la parte superiore del paese, Giru de susu, e in seguito, la parte centrale, Giru de mesu. Il primo nucleo delle abitazioni è da individuare nella località chiamata Mammatulu e oggi Giru e jossu.

Sotto gli aragonesi, Gadoni venne inserito nella signoria della Barbagia di Belvì e di questa fece parte fino al 1839. Secondo il Casalis, nel 1838 a Gadoni "si numerano cento ottantacinque case divise da varie strade irregolari, anguste e difficili, variamente disposte a causa della pendenza e dell’asprezza del luogo. I poderi alberati a noci, castagni, ciliegi, peri, susini e sambuchi, disposti intorno a questi abituri fanno bello l’aspetto del luogo a chi lo riguarda da Gennaentu in sulla via ad Aritzo."

(Fonti: Testi e foto di Gadoni: Storia e Cultura, opera degli alunni della Scuola Media Statale di Gadoni; Guida dell’Entroterra Sardo, Istituto Geografico De Agostini; Comunità Montana Barbagia Mandrolisai, Guide Gallery; Dizionario Geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. Il Re di Sardegna, compilato per cura del professore Goffredo Casalis, pubblicato a Torino nel 1841.